XXXIV. Pinocchio gettato in mare, è mangiato dai pesci, e ritorna ad essere
un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal terribile
Pesce-cane.
Dopo
cinquanta minuti che il ciuchino era sott’acqua, il compratore disse,
discorrendo da sè solo:
— A
quest’ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere bell’ e affogato.
Ritiriamolo dunque su, e facciamo con la sua pelle questo bel tamburo. —
E
cominciò a tirare la fune, con la quale lo aveva legato per una gamba: e tira,
tira, tira, alla fine vide apparire a fior d’acqua.... Indovinate? Invece di un
ciuchino morto, vide apparire a fior d’acqua un burattino vivo che scodinzolava
come un’anguilla.
Vedendo
quel burattino di legno, il pover’uomo credè di sognare e rimase lì intontito,
a bocca aperta e con gli occhi fuori della testa.
Riavutosi
un poco dal suo primo stupore, disse piangendo e balbettando:
— E il
ciuchino che ho gettato in mare dov’è?...
— Quel
ciuchino son io! — rispose il burattino, ridendo.
— Tu?
— Io.
— Ah!
mariuolo! Pretenderesti forse burlarti di me?
—
Burlarmi di voi? Tutt’altro, caro padrone: io vi parlo sul serio.
— Ma
come mai tu, che poco fa eri un ciuchino, ora stando nell’acqua, sei diventato
un burattino di legno?…
— Sarà
effetto dell’acqua del mare. Il mare ne fa di questi scherzi.
— Bada, burattino, bada!… Non credere di
divertirti alle mie spalle. Guai a te,
se mi scappa la pazienza!
—
Ebbene, padrone: volete sapere tutta la vera storia? Scioglietemi questa gamba
e io ve la racconterò.―
Quel
buon pasticcione del compratore, curioso di conoscere la vera storia, gli
sciolse subito il nodo della fune, che lo teneva legato: e allora Pinocchio,
trovandosi libero come un uccello nell’aria, prese a dirgli così:
—
Sappiate dunque che io ero un burattino di legno come sono oggi: ma mi trovavo
a tocco e non tocco di diventare un ragazzo, come in questo mondo ce n’è tanti:
se non che per la mia poca voglia di studiare e per dar retta ai cattivi
compagni, scappai di casa… e un bel giorno, svegliandomi, mi trovai cambiato in
un somaro con tanto d'orecchi… e con tanto di coda!… Che vergogna fu quella per
me!… Una vergogna, caro padrone, che Sant’Antonio benedetto non la faccia
provare neppure a voi! Portato a vendere sul mercato degli asini, fui comprato
dal Direttore di una compagnia equestre, il quale si messe in capo di far di me
un gran ballerino o un gran saltatore di cerchi; ma una sera durante lo
spettacolo, feci in teatro una brutta cascata, e rimasi zoppo da tutt’e due le
gambe. Allora il Direttore non sapendo che cosa farsi d’un asino zoppo, mi
mandò a rivendere, e voi mi avete comprato!
— Pur
troppo! E ti ho pagato venti soldi. E ora, chi mi rende i miei poveri venti
soldi?
— E
perchè mi avete comprato? Voi mi avete comprato per fare con la mia pelle un
tamburo!… un tamburo!…
— Pur
troppo!… E ora dove troverò un’altra pelle!…
— Non vi date alla disperazione, padrone. Dei ciuchini ce n’è tanti, in questo
mondo!
—
Dimmi, monello impertinente: e la tua storia finisce qui?
— No, —
rispose il burattino, — ci sono altre due parole, e poi è finita. Dopo avermi
comprato, mi avete condotto in questo luogo per uccidermi, ma poi, cedendo a un
sentimento pietoso d’umanità, avete preferito di legarmi un sasso al collo e di
gettarmi in fondo al mare. Questo sentimento di delicatezza vi onora
moltissimo, e io ve ne serberò eterna riconoscenza. Per altro, caro padrone,
questa volta avete fatto i vostri conti senza la Fata…
— E chi
è questa Fata?
— È la
mia mamma, la quale somiglia a tutte quelle buone mamme, che vogliono un gran
bene ai loro ragazzi e non li perdono mai d’occhio, e li assistono amorosamente
in ogni disgrazia, anche quando questi ragazzi, per le loro scapataggini e per
i loro cattivi portamenti, meriterebbero di essere abbandonati e lasciati in
balia a sè stessi. Dicevo, dunque, che la buona Fata, appena mi vide in pericolo
di affogare, mandò subito intorno a me un branco infinito di pesci, i quali
credendomi davvero un ciuchino bell’e morto, cominciarono a mangiarmi! E che
bocconi che facevano! Non avrei mai creduto che i pesci fossero più ghiotti
anche dei ragazzi! Chi mi mangiò gli orecchi, chi mi mangiò il muso, chi il
collo e la criniera, chi la pelle delle zampe, chi la pelliccia della schiena…
e fra gli altri, vi fu un pesciolino così garbato, che si degnò perfino di
mangiarmi la coda.
— Da
oggi in poi — disse il compratore inorridito — faccio giuro di non assaggiar
più carne di pesce. Mi dispiacerebbe troppo di aprire una triglia o un nasello
fritto e di trovargli in corpo una coda di ciuco!
— Io la
penso come voi — replicò il burattino, ridendo. — Del resto, dovete sapere che
quando i pesci ebbero finito di mangiarmi tutta quella buccia asinina, che mi
copriva dalla testa ai piedi, arrivarono, com’è naturale, all’osso… o per dir
meglio, arrivarono al legno, perchè, come vedete, io son fatto di legno
durissimo. Ma dopo dato i primi morsi, quei pesci ghiottoni si accòrsero subito
che il legno non era ciccia per i loro denti, e nauseati da questo cibo
indigesto se ne andarono chi in qua chi in là, senza voltarsi nemmeno a dirmi
grazie… Ed eccovi raccontato come qualmente voi, tirando su la fune, avete
trovato un burattino vivo, invece d’un ciuchino morto.
— Io mi
rido della tua storia — gridò il compratore imbestialito. — Io so che ho speso
venti soldi per comprarti, e rivoglio i miei quattrini. Sai che cosa farò? Ti
porterò daccapo al mercato, e ti rivenderò a peso di legno stagionato per
accendere il fuoco nel caminetto.
—
Rivendetemi pure: io sono contento — disse Pinocchio. Ma nel dir così, fece un
bel salto e schizzò in mezzo all’acqua. E nuotando allegramente e allontanandosi
dalla spiaggia, gridava al povero compratore:
—
Addio, padrone; se avete bisogno di una pelle per fare un tamburo, ricordatevi
di me. —
E poi
rideva e seguitava a nuotare: e dopo un poco, rivoltandosi indietro, urlava più
forte:
—
Addio, padrone;… se avete bisogno di un po’ di legno stagionato per accendere
il caminetto, ricordatevi di me. —
Fatto
sta che in un batter d’occhio si era tanto allontanato, che non si vedeva quasi
più; ossia si vedeva solamente sulla superficie del mare un puntolino nero, che
di tanto in tanto rizzava le gambe fuori dell’acqua e faceva capriole e salti,
come un delfino in vena di buonumore.
Intanto
che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare uno scoglio che
pareva di marmo bianco, e su in cima allo scoglio, una bella caprettina che
belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi.
La cosa
più singolare era questa: che la lana della caprettina, invece di esser bianca,
o nera, o pallata di più colori, come quella delle altre capre, era invece
turchina, ma d’un turchino così sfolgorante, che rammentava moltissimo i
capelli della bella Bambina.
Lascio
pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominciò a battere più forte!
Raddoppiando di forza e di energia si diè a nuotare verso lo scoglio bianco; ed
era già a mezza strada, quand’ecco uscir fuori dall’acqua e venirgli incontro
un’orribile testa di mostro marino, con la bocca spalancata come una voragine,
e tre filari di zanne, che avrebbero fatto paura anche a vederle dipinte.
E sapete
chi era quel mostro marino?
Quel
mostro marino era nè più nè meno quel gigantesco Pesce-cane ricordato più volte
in questa storia, e che per le sue stragi e per la sua insaziabile voracità,
veniva soprannominato «l’Attila dei pesci e dei pescatori.»
Immaginatevi
lo spavento del povero Pinocchio, alla vista del mostro. Cercò di scansarlo, di
cambiare strada: cercò di fuggire: ma quella immensa bocca spalancata gli
veniva sempre incontro con la velocità di una saetta.
—
Affrettati, Pinocchio, per carità! — gridava belando la bella caprettina.
E
Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, con le gambe e coi
piedi.
—
Corri, Pinocchio, perchè il mostro si avvicina!… ―
E
Pinocchio, raccogliendo tutte le sue forze, raddoppiava di lena nella corsa.
— Bada,
Pinocchio!… il mostro ti raggiunge! Eccolo!… Eccolo!… Affrettati, per carità, o
sei perduto!… —
E
Pinocchio a nuotare più lesto che mai, e via, via, e via, come andrebbe una
palla di fucile.
E già
era presso allo scoglio, e già la caprettina, spenzolandosi tutta sul mare, gli
porgeva le sue zampine davanti per aiutarlo a uscire dall’acqua… Ma!…
Ma
oramai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto. Il mostro, tirando il fiato a
sè, si bevve il povero burattino, come avrebbe bevuto un uovo di gallina, e lo
inghiottì con tanta violenza e con tanta avidità, che Pinocchio, cascando giù
in corpo al Pesce-cane, battè un colpo così screanzato da restarne sbalordito
per un quarto d’ora.
Quando
ritornò in sè da quello sbigottimento, non sapeva raccapezzarsi, nemmeno lui,
in che mondo si fosse. Intorno a sè c’era da ogni parte un gran buio: ma un
buio così nero e profondo, che gli pareva di essere entrato col capo in un
calamaio pieno d’inchiostro. Stette in ascolto e non sentì nessun rumore:
solamente di tanto in tanto sentiva battersi nel viso alcune grandi buffate di
vento. Da principio non sapeva intendere da dove quel vento uscisse: ma poi
capì che usciva dai polmoni del mostro. Perchè bisogna sapere che il Pesce-cane
soffriva moltissimo d’asma, e quando respirava pareva proprio che soffiasse la
tramontana.
Pinocchio,
sulle prime, s’ingegnò di farsi un po’ di coraggio: ma quand’ebbe la prova e la
riprova di trovarsi chiuso in corpo al mostro marino allora cominciò a piangere
e a strillare; e piangendo diceva:
—
Aiuto! aiuto! Oh povero me! Non c’è nessuno che venga a salvarmi?
— Chi
vuoi che ti salvi, disgraziato?… — disse in quel buio una vociaccia fessa di
chitarra scordata.
— Chi è
che parla così? — domandò Pinocchio, sentendosi gelare dallo spavento.
— Sono
io! sono un povero Tonno, inghiottito dal Pesce-cane insieme con te. E tu che
pesce sei?
— Io
non ho che veder nulla coi pesci. Io sono un burattino.
— E
allora se non sei un pesce, perchè ti sei fatto inghiottire dal mostro?
— Non son io, che mi son fatto inghiottire: gli è
lui che mi ha inghiottito! Ed ora,
che cosa dobbiamo fare qui al buio?…
—
Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt’e due!…
— Ma io
non voglio esser digerito! — urlò Pinocchio, ricominciando a piangere.
—
Neppure io vorrei esser digerito, — soggiunse il Tonno — ma io sono abbastanza
filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c’è più dignità a
morir sott’acqua che sott’olio!…
—
Scioccherie! — gridò Pinocchio.
— La
mia è un’opinione — replicò il Tonno — e le opinioni, come dicono i Tonni
politici, vanno rispettate!
—
Insomma… io voglio andarmene di qui… io voglio fuggire…
—
Fuggi, se ti riesce!…
— È
molto grosso questo Pesce-cane che ci ha inghiottiti? — domandò il burattino.
—
Figurati che il suo corpo è più lungo di un chilometro, senza contare la coda.
―
Nel
tempo che faceva questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di vedere,
lontano lontano, una specie di chiarore.
— Che
cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? — disse Pinocchio.
— Sarà
qualche nostro compagno di sventura, che aspetterà, come noi, il momento di
esser digerito!….
—
Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse qualche vecchio
pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire?
— Io te
l’auguro di cuore, caro burattino.
—
Addio, Tonno.
—
Addio, burattino; e buona fortuna.
— Dove
ci rivedremo?…
— Chi
lo sa?… È meglio non pensarci neppure! —
XXXV. Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane.... chi ritrova? Leggete
questo capitolo e lo saprete.
Pinocchio,
appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in
mezzo a quel buio, e camminando a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, si
avviò, un passo dietro l’altro, verso quel piccolo chiarore che vedeva
baluginare lontano lontano.
E nel
camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua grassa
e sdrucciolona, e quell’acqua sapeva di un odore così acuto di pesce fritto,
che gli pareva di essere a mezza quaresima.
E più
andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finchè,
cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato.... che cosa trovò? Ve
lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra
una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a
tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata,
il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che
alle volte, mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
A
quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così
inaspettata, che ci mancò un ètte non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva
piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e
balbettava delle parole tronche e sconclusionate.
Finalmente
gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioia, e spalancando le braccia e
gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare:
— Oh!
babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più,
mai più!
—
Dunque gli occhi mi dicono il vero? — replicò il vecchietto stropicciandosi gli
occhi. — Dunque tu se’ proprio il mi’ caro Pinocchio?
— Sì,
sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero? Oh!
babbino mio, come siete buono!... e pensare che io, invece.... Oh! ma se
sapeste quante disgrazie mi son piovute sul capo e quante cose mi son andate a
traverso! Figuratevi che il giorno che voi, povero babbino, col vendere la
vostra casacca, mi compraste l’Abbecedario per andare a scuola, io scappai a
vedere i burattini, e il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco perchè gli
cocessi il montone arrosto, che fu quello poi che mi dètte cinque monete d’oro,
perchè le portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il Gatto, che mi condussero
all’Osteria del Gambero Rosso dove mangiarono come lupi, e partito solo di
notte incontrai gli assassini che si messero a corrermi dietro, e io via, e loro
dietro, e io via e loro sempre dietro, e io via, finchè m’impiccarono a un ramo
della Quercia Grande, dovecchè la bella Bambina dai capelli turchini mi mandò a
prendere con una carrozzina, e i medici, quando m’ebbero visitato, dissero
subito: «Se non è morto, è segno che è sempre vivo», e allora mi scappò detto
una bugia, e il naso cominciò a crescermi e non mi passava più dalla porta di
camera, motivo per cui andai con la Volpe e col Gatto a sotterrare le quattro
monete d’oro, che una l’avevo spesa all’osteria, e il pappagallo si messe a
ridere, e viceversa di duemila monete non trovai più nulla, la quale il giudice
quando seppe che ero stato derubato, mi fece subito mettere in prigione, per
dare una soddisfazione ai ladri, di dove, col venir via, vidi un bel grappolo
d’uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola e il contadino di santa
ragione mi messe il collare da cane perchè facessi la guardia al pollaio, che
riconobbe la mia innocenza e mi lasciò andare, e il serpente, colla coda che
gli fumava, cominciò a ridere e gli si strappò una vena sul petto, e così
ritornai alla casa della bella Bambina, che era morta, e il Colombo vedendo che
piangevo mi disse: «Ho visto il tu’ babbo che si fabbricava una barchettina per
venirti a cercare» e io gli dissi: «Oh! se avessi le ali anch’io» e lui mi
disse: «Vuoi venire dal tuo babbo?» e io gli dissi: « Magari! ma chi mi ci
porta?» e lui mi disse: «Ti ci porto io» e io gli dissi: «Come?» e lui mi
disse: «Montami sulla groppa» e così abbiamo volato tutta la notte, poi la
mattina tutti i pescatori che guardavano verso il mare mi dissero: «C’è un
pover’omo in una barchetta che sta per affogare» e io da lontano vi riconobbi
subito, perchè me lo diceva il core, e vi feci segno di tornare alla
spiaggia....
— Ti
riconobbi anch’ io, — disse Geppetto — e sarei volentieri tornato alla
spiaggia: ma come fare? il mare era grosso e un cavallone m’arrovesciò la
barchetta. Allora un orribile Pesce-cane che era lì vicino, appena che m’ebbe
visto nell’acqua, corse subito verso di me, e tirata fuori la lingua, mi prese
pari pari, e m’inghiottì come un tortellino di Bologna.
— E
quant’è che siete chiuso qui dentro? — domandò Pinocchio.
— Da
quel giorno in poi, saranno ormai due anni: due anni, Pinocchio mio.... che mi
son parsi due secoli!
— E
come avete fatto a campare? E dove avete trovata la candela? E i fiammiferi per
accenderla, chi ve li ha dati?
— Ora
ti racconterò tutto. Devi dunque sapere che quella medesima burrasca, che
rovesciò la mia barchetta, fece anche affondare un bastimento mercantile. I
marinai si salvarono tutti, ma il bastimento colò a fondo, e il solito
Pesce-cane, che quel giorno aveva un appetito eccellente, dopo aver inghiottito
me, inghiottì anche il bastimento....
— Come?
Lo inghiottì tutto in un boccone?... — domandò Pinocchio maravigliato.
— Tutto
in un boccone: e risputò solamente l’albero maestro, perchè gli era rimasto fra
i denti come una lisca. Per mia gran fortuna, quel bastimento era carico di
carne conservata in cassette di stagno, ma di biscotto, ossia di pane
abbrostolito, di bottiglie di vino, d’uva secca, di cacio, di caffè, di
zucchero, di candele steariche e di scatole di fiammiferi di cera. Con tutta
questa grazia di Dio ho potuto campare due anni: ma oggi sono agli ultimi
sgoccioli: oggi nella dispensa non c’è più nulla, e questa candela, che vedi
accesa, è l’ultima candela che mi sia rimasta…
— E
dopo?
— E
dopo, caro mio, rimarremo tutt’e due al buio.
—
Allora, babbino mio, — disse Pinocchio — non c’è tempo da perdere. Bisogna
pensar subito a fuggire.
— A
fuggire?… e come?
—
Scappando dalla bocca del Pesce-cane e gettandosi a nuoto in mare.
— Tu
parli bene: ma io, caro Pinocchio, non so nuotare!
— E che
importa?… Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle, e io, che sono un buon
nuotatore, vi porterò sano e salvo fino alla spiaggia.
—
Illusioni, ragazzo mio! — replicò Geppetto, scotendo il capo e sorridendo
malinconicamente. — Ti par egli possibile che un burattino, alto appena un
metro come sei tu, possa aver tanta forza da portarmi a nuoto sulle spalle?
—
Provatevi e vedrete! A ogni modo, se sarà scritto in cielo che dobbiamo morire,
avremo almeno la gran consolazione di morire abbracciati insieme. ―
E senza
dir altro, Pinocchio prese in mano la candela, e andando avanti per far lume,
disse al suo babbo:
—
Venite dietro a me, e non abbiate paura. — E così camminarono un bel pezzo, e
traversarono tutto il corpo e tutto lo stomaco del Pesce-cane. Ma giunti che
furono al punto dove cominciava la spaziosa gola del mostro, pensarono bene di
fermarsi per dare un’occhiata e cogliere il momento opportuno alla fuga.
Ora
bisogna sapere che il Pesce-cane, essendo molto vecchio e soffrendo d’asma e di
palpitazione di cuore, era costretto a dormire a bocca aperta: per cui
Pinocchio affacciandosi al principio della gola, e guardando in su, potè vedere
al di fuori di quell’enorme bocca spalancata un bel pezzo di cielo stellato e
un bellissimo lume di luna.
—
Questo è il vero momento di scappare — bisbigliò allora, voltandosi al suo
babbo. — Il Pesce-cane dorme come un ghiro: il mare è tranquillo e ci si vede
come di giorno. Venite dunque, babbino, dietro a me, e fra poco saremo salvi. —
Detto
fatto salirono su per la gola del mostro marino, e arrivati in quell’immensa
bocca cominciarono a camminare in punta di piedi sulla lingua; una lingua così
larga e così lunga, che pareva il viottolone d’un giardino. E già stavano lì lì
per fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel mare, quando, sul più bello,
il Pesce-cane starnutì, e nello starnutire, dètte uno scossone così violento,
che Pinocchio e Geppetto si trovarono rimbalzati all’indietro e scaraventati
nuovamente in fondo allo stomaco del mostro.
Nel
grand’urto della caduta la candela si spense, e padre e figliuolo rimasero al
buio.
— E
ora?… — domandò Pinocchio facendosi serio.
— Ora,
ragazzo mio, siamo bell’e perduti.
—
Perchè perduti? Datemi la mano, babbino, e badate di non sdrucciolare!…
— Dove
mi conduci?
—
Dobbiamo ritentare la fuga. Venite con me e non abbiate paura. —
Ciò
detto, Pinocchio prese il suo babbo per la mano: e camminando sempre in punta
di piedi, risalirono insieme su per la gola del mostro: poi traversarono tutta
la lingua e scavalcarono i tre filari di denti. Prima però di fare il gran
salto, il burattino disse al suo babbo:
—
Montatemi a cavalluccio sulle spalle e abbracciatemi forte forte. Al resto ci
penso io. —
Appena
Geppetto si fu accomodato per bene sulle spalle del figliuolo, il bravo
Pinocchio, sicuro del fatto suo, si gettò nell’acqua e cominciò a nuotare. Il
mare era tranquillo come un olio: la luna splendeva in tutto il suo chiarore, e
il Pesce-cane seguitava a dormire di un sonno così profondo, che non l’avrebbe
svegliato nemmeno una cannonata.
XXXVI. Finalmente Pinocchio cessa d’essere un burattino e diventa un
ragazzo.
Mentre
Pinocchio nuotava alla svelta per raggiungere la spiaggia, si accòrse che il
suo babbo, il quale gli stava a cavalluccio sulle spalle e aveva le gambe mezze
nell’acqua, tremava fitto fitto, come se al pover’uomo gli battesse la febbre
terzana.
Tremava
di freddo o di paura? Chi lo sa?... Forse un po’ dell’uno e un po’ dell’altra.
Ma Pinocchio, credendo che quel tremito fosse di paura, gli disse per
confortarlo:
—
Coraggio babbo! Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo salvi.
— Ma
dov’è questa spiaggia benedetta? — domandò il vecchietto diventando sempre più
inquieto, e appuntando gli occhi, come fanno i sarti quando infilano l’ago. —
Eccomi qui, che guardo da tutte le parti, e non vedo altro che cielo e mare.
— Ma io
vedo anche la spiaggia — disse il burattino. — Per vostra regola io sono come i
gatti: ci vedo meglio di notte che di giorno.―
Il
povero Pinocchio faceva finta di essere di buonumore: ma invece… Invece
cominciava a scoraggiarsi: le forze gli scemavano, il suo respiro diventava
grosso e affannoso… insomma non ne poteva più, e la spiaggia era sempre lontana.
Nuotò
finchè ebbe fiato: poi si voltò col capo verso Geppetto, e disse con parole
interrotte:
— Babbo
mio, aiutatemi… perchè io muoio...―
E il
padre e il figliuolo erano oramai sul punto di affogare, quando udirono una
voce di chitarra scordata che disse:
— Chi è
che muore?
— Sono
io e il mio povero babbo!
—
Questa voce la riconosco! Tu sei Pinocchio!…
—
Preciso; e tu?
— Io
sono il Tonno, il tuo compagno di prigionia in corpo al Pesce-cane.
— E come hai fatto a scappare?
— Ho
imitato il tuo esempio. Tu sei quello che mi hai insegnato la strada, e dopo
te, sono fuggito anch’io.
— Tonno
mio, tu càpiti proprio a tempo! Ti prego, per l’amore che porti ai tonnini tuoi
figliuoli; aiutaci, o siamo perduti.
—
Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi tutt’e due alla mia coda, e
lasciatevi guidare. In quattro minuti vi condurrò alla riva. ―
Geppetto
e Pinocchio, come potete immaginarvelo, accettarono subito l’invito; ma invece
di attaccarsi alla coda, giudicarono più comodo di mettersi addirittura a
sedere sulla groppa del Tonno.
— Siamo
troppo pesi? — gli domandò Pinocchio.
— Pesi?
Neanche per ombra: mi par di avere addosso due gusci di conchiglia — rispose il
Tonno, il quale era di una corporatura così grossa e robusta, da parere un
vitello di due anni.
Giunti
alla riva, Pinocchio saltò a terra il primo per aiutare il suo babbo a fare
altrettanto: poi si voltò al Tonno, e con voce commossa gli disse:
— Amico
mio, tu hai salvato il mio babbo! Dunque non ho parole per ringraziarti
abbastanza! Permetti almeno che ti dia un bacio in segno di riconoscenza
eterna!… —
Il
Tonno cacciò il muso fuori dall’acqua, e Pinocchio, piegandosi coi ginocchi a
terra, gli posò un affettuosissimo bacio sulla bocca. A questo tratto di
spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non c’era avvezzo, si
sentì talmente commosso, che vergognandosi a farsi veder piangere come un
bambino, ricacciò il capo sott’acqua e sparì.
Intanto
s’era fatto giorno.
Allora
Pinocchio, offrendo il suo braccio a Geppetto, che aveva appena il fiato di
reggersi in piedi, gli disse:
—
Appoggiatevi pure al mio braccio, caro babbino, e andiamo. Cammineremo pian
pianino come le formicole, e quando saremo stanchi, ci riposeremo lungo la via.
— E
dove dobbiamo andare? — domandò Geppetto.
— In
cerca di una casa o d’una capanna, dove ci diano per carità un boccon di pane e
un po’ di paglia che ci serva da letto. ―
Non
avevano ancora fatti cento passi, che videro seduti sul ciglione della strada
due brutti ceffi, i quali stavano lì in atto di chiedere l’elemosina.
Erano
il Gatto e la Volpe: ma non si riconoscevano più da quelli d’una volta.
Figuratevi che il Gatto, a furia di fingersi cieco, aveva finito coll’accecare
davvero: e la Volpe invecchiata, intignata e tutta perduta da una parte, non
aveva più nemmeno la coda. Così è. Quella trista ladracchiola, caduta nella più
squallida miseria, si trovò costretta un bel giorno a vendere perfino la sua
bellissima coda a un merciaio ambulante, che la comprò per farsene uno
scacciamosche.
— O
Pinocchio! — gridò la Volpe con voce di piagnisteo — fai un po’ di carità a
questi due poveri infermi!
—
Infermi! — ripetè il Gatto.
—
Addio, mascherine! — rispose il burattino. — Mi avete ingannato una volta, e
ora non mi ripigliate più.
—
Credilo, Pinocchio, che oggi siamo poveri e disgraziati davvero!
—
Davvero! — ripetè il Gatto.
— Se
siete poveri ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che dice: «I quattrini
rubati non fanno mai frutto.» Addio, mascherine.
— Abbi
compassione di noi!…
— Di
noi!
—
Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: «La farina del diavolo
va tutta in crusca.»
— Non ci abbandonare!…
— are…! — ripetè il Gatto.
—
Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: «Chi ruba il mantello al
suo prossimo, per il solito muore senza camicia.» —
E così
dicendo, Pinocchio e Geppetto seguitarono tranquillamente per la loro strada:
finchè fatti altri cento passi, videro in fondo a una viottola, in mezzo ai
campi, una bella capanna tutta di paglia, e col tetto coperto d’embrici e di
mattoni.
—
Quella capanna dev’essere abitata da qualcuno, — disse Pinocchio. — Andiamo là,
e bussiamo. —
Difatti
andarono, e bussarono alla porta.
— Chi
è? — disse una vocina di dentro.
— Siamo
un povero babbo e un povero figliuolo, senza pane e senza tetto, — rispose il
burattino.
—
Girate la chiave, e la porta si aprirà, — disse la solita vocina.
Pinocchio
girò la chiave, e la porta si aprì. Appena entrati dentro, guardarono di qua,
guardarono di là, e non videro nessuno.
— O il
padrone della capanna dov’è? — disse Pinocchio maravigliato.
—
Eccomi quassù!
Babbo e
figliuolo si voltarono subito verso il soffitto, e videro sopra un travicello
il Grillo-parlante.
— Oh!
mio caro Grillino — disse Pinocchio salutandolo garbatamente.
— Ora
mi chiami il «Tuo caro Grillino» non è vero? Ma ti rammenti di quando, per
cacciarmi di casa tua, mi tirasti un manico di martello?
— Hai
ragione, Grillino! Scaccia anche me.... tira anche a me un manico di martello:
ma abbi pietà del mio povero babbo....
— Io
avrò pietà del babbo e anche del figliuolo! ma ho voluto rammentarti il brutto
garbo ricevuto, per insegnarti che in questo mondo, quando si può, bisogna
mostrarsi cortesi con tutti, se vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei
giorni del bisogno.
— Hai
ragione, Grillino, hai ragione da vendere; e io terrò a mente la lezione che mi
hai data. Ma mi dici come hai fatto a comprarti questa bella capanna?
—
Questa capanna mi è stata regalata jeri da una graziosa capra, che aveva la
lana d’un bellissimo colore turchino.
— E la
capra dov’è andata? — domandò Pinocchio, con vivissima curiosità.
— Non
lo so.
— E
quando ritornerà?…
— Non
ritornerà mai. Ieri è partita tutta afflitta, e, belando, pareva che dicesse:
«Povero Pinocchio!… oramai non lo rivedrò più!… il Pesce-cane a quest’ora
l’avrà bell’e divorato!…»
— Ha
detto proprio così?… Dunque era lei!… era lei!… era la mia cara Fatina!… —
cominciò a urlare Pinocchio, singhiozzando e piangendo dirottamente.
Quand’ebbe
pianto ben bene, si rasciugò gli occhi, e preparato un buon lettino di paglia,
vi distese sopra il vecchio Geppetto. Poi domandò al Grillo-parlante:
—
Dimmi, Grillino: dove potrei trovare un bicchiere di latte per il mio povero
babbo?
— Tre
campi distante di qui c’è l’ortolano Giangio, che tiene le mucche. Va’ da lui,
e troverai il latte che cerchi. —
Pinocchio
andò di corsa a casa dell’ortolano Giangio; ma l’ortolano gli disse:
—
Quanto ne vuoi del latte?
— Ne
voglio un bicchiere pieno.
— Un
bicchiere di latte costa un soldo. Comincia intanto dal darmi il soldo.
— Non
ho nemmeno un centesimo — rispose Pinocchio, tutto mortificato e dolente.
— Male,
burattino mio, — replicò l’ortolano. — Se tu non hai nemmeno un centesimo, io
non ho nemmeno un dito di latte.
—
Pazienza! — disse Pinocchio e fece l’atto di andarsene.
—
Aspetta un po’ — disse Giangio. — Fra te e me ci possiamo accomodare. Vuoi adattarti
a girare il bindolo?
— Che
cos’è il bindolo?
— Gli è
quell’ordigno di legno che serve a tirar su l’acqua dalla cisterna per
annaffiare gli ortaggi.
— Mi
proverò…
—
Dunque, tirami su cento secchie d’acqua, e io ti regalerò in compenso un bicchiere
di latte.
— Sta
bene. —
Giangio
condusse il burattino nell’orto e gl’insegnò la maniera di girare il bindolo.
Pinocchio si pose subito al lavoro; ma prima di aver tirato su le cento secchie
d’acqua, era tutto grondante di sudore dalla testa ai piedi. Una fatica a quel
modo non l’aveva durata mai.
—
Finora questa fatica di girare il bindolo — disse l’ortolano, — l’ho fatta fare
al mio ciuchino; ma oggi quel povero animale è in fin di vita.
— Mi
menate a vederlo? — disse Pinocchio.
—
Volentieri.—
Appena
che Pinocchio fu entrato nella stalla vide un bel ciuchino disteso sulla
paglia, rifinito dalla fame e dal troppo lavoro. Quando l’ebbe guardato fisso
fisso, disse dentro di sè, turbandosi:
—
Eppure quel ciuchino lo conosco! Non mi è fisonomia nuova! —
E
chinatosi fino a lui, gli domandò in dialetto asinino:
— Chi
sei?—
A
questa domanda, il ciuchino aprì gli occhi moribondi, e rispose balbettando nel
medesimo dialetto:
— Sono
Lu....ci....gno....lo. —
E dopo
richiuse gli occhi e spirò.
— Oh!
povero Lucignolo! — disse Pinocchio a mezza voce: e presa una manciata di
paglia si rasciugò una lacrima che gli colava giù per il viso.
— Ti
commovi tanto per un asino che non ti costa nulla? — disse l’ortolano. — Che
cosa dovrei far io che lo comprai a quattrini contanti?
— Vi
dirò... era un mio amico....
— Tuo
amico?
— Un
mio compagno di scuola!…
— Come?! — urlò Giangio dando in una gran risata.
— Come?! avevi dei somari per
compagni di scuola?… Figuriamoci i begli studj che devi aver fatto!… —
Il
burattino, sentendosi mortificato da quelle parole, non rispose: ma prese il
suo bicchiere di latte quasi caldo, e se ne tornò alla capanna.
E da
quel giorno in poi, continuò più di cinque mesi a levarsi ogni mattina, prima
dell’alba, per andare a girare il bindolo, e guadagnare così quel bicchiere di
latte, che faceva tanto bene alla salute cagionosa del suo babbo. Nè si
contentò di questo: perchè a tempo avanzato, imparò a fabbricare anche i
canestri e i panieri di giunco: e coi quattrini che ne ricavava, provvedeva con
moltissimo giudizio a tutte le spese giornaliere. Fra le altre cose costruì da
sè stesso un elegante carrettino per condurre a spasso il suo babbo nelle belle
giornate, e per fargli prendere una boccata d’aria.
Nelle
veglie poi della sera, si esercitava a leggere e a scrivere. Aveva comprato nel
vicino paese per pochi centesimi un grosso libro, al quale mancavano il
frontespizio e l’indice, e con quello faceva la sua lettura. Quanto allo
scrivere, si serviva di un fuscello temperato a uso penna; e non avendo nè
calamaio nè inchiostro, lo intingeva in una boccettina ripiena di sugo di more
e di ciliege.
Fatto
sta che con la sua buona volontà d’ingegnarsi, di lavorare e di tirarsi avanti,
non solo era riuscito a mantenere quasi agiatamente il suo genitore sempre
malaticcio, ma per di più aveva potuto mettere da parte anche quaranta soldi per
comprarsi un vestitino nuovo.
Una
mattina disse a suo padre:
— Vado
qui al mercato vicino a comprarmi una giacchettina, un berrettino e un paio di scarpe.
Quando tornerò a casa — soggiunse ridendo — sarò vestito così bene, che mi
scambierete per un gran signore. —
E
uscito di casa, cominciò a correre tutto allegro e contento. Quando a un tratto
sentì chiamarsi per nome, e voltandosi, vide una bella Lumaca che sbucava fuori
dalla siepe.
— Non
mi riconosci? — disse la Lumaca.
— Mi
pare e non mi pare....
— Non
ti ricordi di quella Lumaca, che stava per cameriera con la Fata dai capelli
turchini? non ti rammenti di quella volta quando scesi a farti lume, e che tu
rimanesti con un piede confitto nell’uscio di casa?
— Mi
rammento di tutto, — gridò Pinocchio! — — rispondimi subito, Lumachina bella;
dove hai lasciato la mia buona Fata? che fa? mi ha perdonato? si ricorda sempre
di me? mi vuol sempre bene? è molto lontana da qui? potrei andare a trovarla? ―
A tutte
queste domande, fatte precipitosamente e senza ripigliar fiato, la Lumaca
rispose con la sua solita flemma:
—
Pinocchio mio! La povera Fata giace in un fondo di letto allo spedale!....
— Allo
spedale?…
— Pur
troppo. Colpita da mille disgrazie, si è gravemente ammalata, e non ha più da
comprarsi un boccon di pane.
— Davvero?… Oh! che gran dolore che mi hai dato! Oh! povera Fatina! povera Fatina! povera
Fatina!… Se avessi un milione, correrei a portarglielo.... Ma io non ho che
quaranta soldi.... eccoli qui! andavo giusto a comprarmi un vestito nuovo.
Prendili, Lumaca, e va’ a portarli subito alla mia buona Fata.
— E il
tuo vestito nuovo?
— Che
m’importa del vestito nuovo? Venderei anche questi cenci che ho addosso, per
poterla aiutare! Va’, Lumaca, e spicciati! e fra due giorni ritorna qui, che
spero di poterti dare qualche altro soldo. Finora ho lavorato per mantenere il
mio babbo: da oggi in là, lavorerò cinque ore di più per mantenere anche la mia
buona mamma. Addio, Lumaca, e fra due giorni ti aspetto. ―
La
Lumaca, contro il suo costume, cominciò a correre come una lucertola nei grandi
solleoni d’agosto.
Quando
Pinocchio tornò a casa, il suo babbo gli domandò:
— E il
vestito nuovo?
— Non
m’è stato possibile di trovarne uno che mi tornasse bene. Pazienza!… Lo
comprerò un’altra volta.
Quella
sera Pinocchio, invece di vegliare fino alle dieci, vegliò fino alla mezzanotte
sonata! e invece di far otto canestri di giunco ne fece sedici.
Poi
andò a letto e si addormentò. E nel dormire, gli pareva di vedere in sogno la
Fata, tutta bella e sorridente, la quale, dopo avergli dato un bacio, gli disse
così:
— Bravo
Pinocchio! In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che
hai fatto fino a oggi. I ragazzi che assistono amorosamente i propri genitori
nelle loro miserie e nelle loro infermità, meritano sempre gran lode e grande
affetto, anche se non possono esser citati come modelli d’ubbidienza e di buona
condotta. Metti giudizio per l’avvenire, e sarai felice. ―
A
questo punto il sogno finì, e Pinocchio si svegliò con tanto d’occhi
spalancati.
Ora
immaginatevi voi quale fu la sua maraviglia quando, svegliandosi, si accòrse
che non era più un burattino di legno: ma che era diventato, invece, un ragazzo
come tutti gli altri. Dètte un’occhiata all’intorno, e invece delle solite
pareti di paglia della capanna, vide una bella camerina ammobiliata e
agghindata con una semplicità quasi elegante. Saltando giù dal letto, trovò
preparato un bel vestiario nuovo, un berretto nuovo e un paio di stivaletti di
pelle, che gli tornavano una vera pittura.
Appena
si fu vestito, gli venne fatto, naturalmente di mettere le mani nelle tasche e
tirò fuori un piccolo portamonete d’avorio, sul quale erano scritte queste
parole: «La Fata dai capelli turchini restituisce al suo caro Pinocchio i
quaranta soldi, e lo ringrazia tanto del suo buon cuore.» Aperto il portafoglio,
invece dei quaranta soldi di rame, vi luccicavano quaranta zecchini d’oro tutti
nuovi di zecca.
Dopo
andò a guardarsi allo specchio e gli parve d’essere un altro. Non vide più
riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l’immagine vispa
e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e
con un’aria allegra e festosa come una pasqua di rose.
In
mezzo a tutte queste meraviglie, che si succedevano le une alle altre,
Pinocchio non sapeva più nemmeno lui se era desto davvero o se sognava sempre a
occhi aperti.
— E il
mio babbo dov’è? — gridò tutt’a un tratto; ed entrato nella stanza accanto
trovò il vecchio Geppetto sano, arzillo e di buonumore, come una volta, il
quale, avendo ripreso subito la sua professione d’intagliatore, stava appunto disegnando
una bellissima cornice ricca di fogliami, di fiori e di testine di diversi
animali.
—
Levatemi una curiosità, babbino: ma come si spiega tutto questo cambiamento
improvviso? — gli domandò Pinocchio saltandogli al collo e coprendolo di baci.
—
Questo improvviso cambiamento in casa nostra è tutto merito tuo — disse
Geppetto.
—
Perchè merito mio?…
—
Perchè quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far
prendere un aspetto nuovo e sorridente anche nell’interno delle loro famiglie.
— E il
vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?
—
Eccolo là! — rispose Geppetto; e gli accennò un grosso burattino appoggiato a
una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le
gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.
Pinocchio
si voltò a guardarlo: e dopo che l’ebbe guardato un poco, disse dentro di sè
con grandissima compiacenza:
—
Com’ero buffo, quand’ero un burattino! e come ora son contento di esser
diventato un ragazzino perbene!… ―
FINE